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Martedì, 26 Gennaio 2021 10:54

I DUECENTONOVE MILIARDI VERDI

C'è un proverbio che dice: " Chi si loda s'imbroda" ma i nostri governanti non lo ricordano!
Dal Luglio scorso è un coro continuo  "ma come siamo bravi, abbiamo ottenuto 209 miliardi dall'Europa!" "Se c'erano gli altri al governo non beccavano un centesimo!"
"E' una svolta epocale, ricostruiremo l'Italia"..."Grazie Europa!" e via lodandosi a reti unificate in TV e su Facebook.


Stanno parlando del Recovery fund costituito in Europa a seguito dei problemi sanitari ed economici generati dalla pandemia di COVID.
Ogni persona "normale" si aspetterebbe un intervento mirato a rafforzare i sistemi sanitari europei che qualche crepa l'hanno mostrata.
Ma in Europa le idee sono altre ... vediamo cosa scrivono nel trattato fondante del Recovery Fund:
“La Ue e i suoi Stati membri devono adottare misure d’emergenza per proteggere la salute dei cittadini e il collasso dell’economia… a questo scopo, il piano finanziario pluriennale (Mff) è affiancato da uno specifico sforzo di ripresa (Ngeu) col preciso scopo di affrontare questa crisi senza precedenti”. “Mff e Ngeu aiuteranno la transizione della Ue verso le sue politiche primarie, e cioè:"Green New Deal, rivoluzione digitale e resilienza”.

Cosa intendano con "resilienza” non lo spiegano ma deve essere roba da poco se ci mettono solo 54 mld in 7 anni e per 27 paesi.
Anche la "Rivoluzione digitale" non viene descritta ma non  farà danni !
Un discorso a parte merita il "Green New Deal" che si cucca 400 mld sui 1200 disponibili.
In italiano si può tradurre con "Economia verde" che sta per "Parchi eolici e solari e riduzione del CO2"
Cosa c'entri l' Economia verde con la lotta al COVID non è dato sapere ma una cosa è certa: se non li spendi come dicono a Bruxelles i quattrini non arrivano!

"Ma quanto siamo bravi!, abbiamo ottenuto 209 miliardi dall'Europa!"... ma nessuno si degna di spiegarci come arrivano e chi li paga.
Primo - ricordare sempre - il Recovery fund non esiste, è una scatola vuota! Che verrà riempita attingendo al Bilancio europeo. Bilancio a cui l'Italia contribuisce per il 13%. Se il "Recovery fund" da distribuire arriverà a 1.200 miliardi almeno 156 li metteremo noi.
E i 209 mld tanto reclamizzati diventeranno (209-156=53) 53 miliardi. Considerando che, nei 20 anni scorsi, abbiamo già versato all'Europa 163 mld.... in pratica ci restituiscono - in prestito - i nostri quattrini. L'affare del secolo! Ma torniamo al Recovery fund: dicevamo che ci restituiscono, in prestito, quanto abbiamo versato negli ultimi 20 anni! Ma per riceverlo bisogna promettere di spendere i 209 mld. seguendo le loro istruzioni.
Scordatevi tutto quello che pensate sia utile agli italiani perché il fondo arriverà solo se verrà speso in rivoluzione digitale e green economy.
Ma cos'è 'sta green economy? Consiste nell'installare parchi eolici e fotovoltaici o sequestrare il CO2. E per questa "green economy" vanno 400 dei 1.200 miliardi del Recovery fund.

Come la "green economy" possa aiutare l'emergenza sanitaria nessuno l'ha capito. Però sempre 209 miliardi sono dovrebbero arrivare. Normalmente l'Europa non ha mai mostrato tanta generosità per cui sorge il dubbio che "non sia tutto oro quello che luccica"


 
 
 "Cosa abbiamo fatto per meritarci tutta 'sta benevolenza?"  "A pensar male se fa peccato ma ce se coje quasi sempre."


Dove si può acquistare, In Europa, il materiale per i parchi eolici e fotovoltaici? In Germania!
E così abbiamo capito la "generosità europea" e dove finiranno i 209 miliardi. Gli italiani si indebiteranno per far ingrassare le industrie tedesche! Duecentonove miliardi buttati al vento senza un letto, un medico, un infermiere in più nei nostri ospedali.

Duecentonove miliardi di motivi in più per mandare affanculo l'Europa ladra e strozzina e  e tutti i leccaculi che le sbavano dietro.

Come hanno fatto gli inglesi (BREXIT) che non sono falliti - come racconta la stampa italiana di regime - ma hanno raggiunto la piena occupazione con stipendi in continuo aumento. (Financial Times)

 

 

 

Pubblicato in Politica e Attualità
Venerdì, 04 Settembre 2020 12:20

Euro, perché non poteva funzionare

Ad Aprile 1989 la Commissione Delors pubblica il suo rapporto contenente il piano di attuazione della decisione politica di introdurre la moneta unica europea. I membri della Commissione sono per la maggior parte banchieri, e questo spiega molte cose. Il loro piano prevede tre fasi.
A Luglio 1990 ha inizio la prima, che prevede il completamento della creazione del mercato interno e la rimozione dei residui ostacoli all'integrazione finanziaria, in particolare la liberalizzazione del mercato dei capitali, che è, come vedremo, fondamentale.
A Gennaio 1994 ha inizio la seconda, che prevede il coordinamento delle politiche monetarie nazionali ed il rafforzamento dei criteri di convergenza stabiliti nel Trattato di Maastricht, che era stato firmato a Febbraio 1992.
A Gennaio 1999 ha inizio la terza, che prevede la fissazione irrevocabile dei rapporti di cambio. La nuova moneta inizia ad essere utilizzata nelle transazioni commerciali e sui mercati finanziari, ma occorre attendere fino a gennaio 2002 per vedere fisicamente la faccia del mostro, cioè le nuove banconote e le nuove monete.
Il nome scelto per il mostro è Euro. Quello della vecchia moneta scritturale del defunto SME, cioè Ecu è stato abbandonato, si dice per non mettere in imbarazzo i tedeschi.
E' una storia divertente, che vale la pena raccontare. In tedesco 'un Ecu' si traduce con 'ein Ecu', che però si pronuncia esattamente come 'eine Kuh', che significa 'una vacca'.
Nomen omen, non c'è che dire, perché se non proprio una vacca la nuova moneta si rivela presto una vaccata.
A quattordici anni di distanza non è necessario disturbare lasaelsignùr quali scienziati per concludere che il progetto non ha funzionato, che non funziona e che non funzionerà mai, e che nonostante gli uomini del regime ed i loro lacchè dei media si dannino per convincerci del contrario anziché contribuire a sviluppare il commercio nell'ambito dell'Eurozona l'ha gettata e la sta mantenendo in una profonda crisi.
Non sono io a dirlo, ma i dati, cioè disoccupazione, salari, pensioni, prezzi e imposte che ognuno di noi può verificare sulla propria pelle ogni giorno.
Eppure è da oltre trent'anni che i più accreditati specialisti del pianeta dibattono e pubblicano lavori scientifici su questo argomento. Se i politici europei avessero voluto documentarsi prima di prendere le loro sciagurate decisioni, le fonti non mancavano. Come vedremo, la spiegazione è un’altra.
A Settembre 1961 l'economista canadese Robert A. Mundell pubblica un lavoro che gli frutterà il premio Nobel, nel quale enuncia la teoria della Optimal Currency Area, o OCA.
L'idea centrale di questa teoria è che un'unione monetaria tra paesi diversi può reggere solo se essi costituiscono un'area valutaria ottimale, cioè un'area nella quale i prezzi ed i salari sono perfettamente flessibili ed i fattori della produzione sono perfettamente mobili.
In altri termini, se viene imposta un’unica moneta ad un gruppo di paesi strutturalmente diversi ne deriveranno squilibri nei loro conti con l’estero che non potranno essere corretti svalutando le monete nazionali dei paesi importatori netti e rivalutando quelle dei paesi esportatori netti, perché tutti usano la stessa moneta.
Così avremo da un lato paesi più competitivi, che diverranno esportatori netti ed accumuleranno crediti crescenti verso quelli più deboli, e paesi meno competitivi, che diverranno importatori netti ed accumuleranno debiti crescenti verso quelli più forti.
Se il costo delle materie prime utilizzate dalle loro industrie è una variabile esterna sulla quale nessuno di essi ha alcun controllo l’equilibrio potrà essere ristabilito soltanto abbassando il costo del terzo fattore della produzione, e cioè il costo del lavoro.
I paesi più deboli dovranno cioè tagliare i salari, forzare i lavoratori a rilocalizzarsi, cioè ad emigrare in cerca di lavoro e dulcis in fundo accettare un elevato livello di disoccupazione per tenere sotto controllo l’inflazione. In caso contrario la moneta unica diventerà progressivamente sempre meno sostenibile, ed alla fine collasserà.
Non serve una laurea in Economia per comprendere che nemmeno i singoli paesi dell’Eurozona presi uno ad uno possono essere considerati aree economicamente omogenee, cioè OCA.
Non lo sono né la Spagna né l’Italia, dove gli squilibri tra le regioni più forti e quelle più deboli anziché ridursi si stanno talmente aggravando da mettere in serio pericolo l’unità nazionale.
Sorprendentemente, almeno agli occhi di un osservatore superficiale, non lo è nemmeno la Germania, dove ai tradizionali squilibri tra le ricche regioni del sud e quelle più povere del nord si sono aggiunti quelli ancora più profondi tra esse ed i Länder orientali recentemente annessi.
Figurarsi se potrà mai essere considerata OCA l’Eurozona, con i suoi diciassette paesi parlanti quattordici lingue diverse, con diciassette ordinamenti giuridici diversi, diciassette legislazioni fiscali diverse, diciassette sistemi educativi diversi, diciassette mercati del lavoro diversi e soprattutto con tremila anni di guerre, di odio e di diffidenze reciproche che aspettano solo un pretesto per riesplodere.
In teoria il marchingegno potrebbe forse funzionare se le aree forti dell’Unione (non ridete!) Europea, in pratica i paesi della ex area del marco, fossero disponibili ad effettuare trasferimenti fiscali, cioè trasferimenti di risorse nette, verso i paesi periferici, come avviene da sempre negli Stati Uniti.
Solo in teoria però, perché le forze politiche conservatrici d’Europa si oppongono da decenni a misure di questo tipo anche all’interno dei singoli paesi. In Italia si parla di federalismo fiscale, altrove si usano altri termini, ma la logica è dappertutto la stessa: a ciascuno il suo, e che gli altri si arrangino. E’ difficile costruire qualcosa su basi simili. E’ altrettanto difficile credere che i leader politici europei abbiano preso un abbaglio così gigantesco, che abbiano cioè preso decisioni così importanti senza valutarne le conseguenze. Sapevano benissimo cosa sarebbe successo introducendo nella disomogenea Eurozona una moneta più debole del marco tedesco, ma più forte di quelle di tutti gli altri paesi. La crisi era prevista e voluta, perché solo attraverso di essa le elite europee avrebbero potuto attuare la più gigantesca redistribuzione dei redditi mai tentata nella storia e la cancellazione della maggior parte dei diritti dei cittadini al di fuori di qualsiasi controllo democratico.
Un progetto sinistro, che oltre ad aver annientato il benessere della maggior parte di noi si sta preparando a cancellare ogni residua traccia di democrazia in Europa.
In altre parole, un progetto nazista.

By Sergio der Kampfuhn

Pubblicato in Politica e Attualità
Venerdì, 04 Settembre 2020 12:19

Euro, l'€uropa finisce

Qualche giorno fa scartabellando tra i miei libri mi è capitata tra le mani una copia del Trattato di Roma, che ha istituito la Comunità Economica Europea. Correva l'anno 1957, e il giorno della sua firma, il 25 marzo, è universalmente considerato la data di nascita della nuova Europa.
Nuova lo sembrava davvero quell'Europa, perché quel giorno i sei paesi più avanzati del continente avevano formalizzato solennemente il loro impegno a porre fine alle divisioni del passato e a collaborare al perseguimento del bene comune.
Allora avevo nove anni e frequentavo la quarta classe elementare. Ricordo ancora con commozione le parole con le quali la maestra ci aveva illustrato questo progetto e l’entusiasmo con il quale tutti noi ragazzi lo avevamo accolto.
Sfogliando il vissuto documento mi è caduto lo sguardo sull'articolo 2, che fissa gli obiettivi a lungo termine della Comunità:
ARTICOLO 2 - La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l'instaurazione di un mercato comune e il graduale ravvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell'insieme della Comunità, un'espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni fra gli Stati che ad essa partecipano.
Col tempo la Comunità si è allargata, nel 1992 si è trasformata in Unione ed ha fatto passi davvero importanti sulla strada dello sviluppo armonioso delle attività economiche, dell'espansione continua ed equilibrata e del miglioramento sempre più rapido del tenore di vita.
Ci pensavo una sera guardando su YouTube le immagini della Grecia in fiamme, e mi chiedevo da chi e perché il sogno di allora è stato stravolto fino a trasformarlo in un incubo.
L’ipotesi che si sia trattato dell’effetto congiunto di un insieme di fattori esterni talmente sfavorevoli che ad un certo punto la situazione è sfuggita di mano non regge neanche a puntellarla.
Le élite europee, cioè banchieri ed industriali, ed i loro lacchè della politica e dell’euroburocrazia sapevano fin dall’inizio quello che stavano facendo, e conoscevano benissimo le conseguenze delle loro scelte.
Non potevano non saperlo, perché i più noti economisti del pianeta stavano studiando il problema da decenni, e le loro conclusioni erano esposte nella letteratura scientifica internazionale, che era ed è liberamente accessibile a chiunque.
Già nel 1961 l’economista canadese Robert A. Mundell, premio Nobel, aveva teorizzato le condizioni di base per la sostenibilità di una moneta unica in un’area economicamente disomogenea.
Delle unioni monetarie e dei loro problemi si sono poi occupati economisti noti come Dornbusch, Feldman e Krugman, solo per citarne alcuni, seguiti in epoca più recente da studiosi più giovani come Roubini, Sapir, Bagnai ed altri.
Già all’inizio degli anni settanta del secolo scorso l’argomento era approdato sui manuali universitari di economia internazionale, come quello di Charles P. Kindleberger, sul quale ha studiato, tra tanti, anche il sottoscritto.
Sulla stampa e sui media internazionali è in corso da anni un vivace dibattito, nel quale molti politici europei non hanno remore a intervenire.
In Italia no. Sulla stampa sovvenzionata, e quindi asservita, e sulla TV ‘servizio pubblico di regime’ è tutto un coro di "Euro irreversibile" e "più Europa".
Dei politici italiani è meglio non parlare. Alcuni giungono al punto di parlare in un modo alla stampa estera e nel modo opposto a quella italiana, come se in Italia non ci fosse nessuno in grado di accorgersi del trucco e di porsi qualche domanda.
La decisione delle élite europee di imporre ugualmente la moneta unica alla iperdisomogenea Eurozona significa che la crisi era voluta, perché solo facendo leva su di essa sarebbe stato possibile forzare gli stati europei a cedere gradatamente la propria sovranità alle non elette istituzioni comunitarie al di fuori di ogni controllo democratico.
Non sono io a dirlo, lo hanno detto e scritto loro, quelli della politica, per esempio questi:
"L’Europa non nasce da un movimento democratico. Essa si crea seguendo un metodo che potremmo definire con il termine di dispotismo illuminato."(Tommaso Padoa Schioppa, 2001)
"Le crisi economiche servono per fare in modo che, psicologicamente, il costo di cedere sovranità e democrazia ai vertici dell’Unione Europea sembri un male minore rispetto alla catastrofe imminente."(Mario Monti, 2012).
L’obiettivo di questi illuminati fenomeni è dunque imporre ai popoli europei uno stato federale che essi non hanno mai voluto, facendo carne di porco dei diritti da essi faticosamente conquistati in secoli di lotte ed infliggendo a milioni di cittadini inaudite sofferenze.
In questo progetto nazista la moneta unica, il maledetto Euro, è un elemento essenziale, come lo è il detonatore in qualsiasi bomba.
C’è l’impronta inconfondibile della follia nell’arrogante supponenza di costoro.
Sono convinti di possedere una conoscenza talmente sublime da legittimarli a forzare la realtà per adeguarla ai loro modelli. Solo loro, non noi popolo sovrano, sanno "guardare lontano", e lo dicono anche, senza provare vergogna:
"Gli europei vorrebbero essere forti come se l’Europa fosse unita, ma senza cedere neanche una parte della propria sovranità nazionale, come se l’Europa unita non esistesse affatto." - (Sylvie Goulard e Mario Monti -(La democrazia in Europa, Rizzoli).
Eppure qualcuno che capisce cosa sta succedendo e lo dice chiaramente c’è. Non in Italia, è ovvio, ma guarda caso proprio nel paese che apparentemente con questa politica ha più guadagnato, e vorrebbe guadagnare ancora:
"È tutto così palese: la soppressione della democrazia, l'aumento del divario sociale ed economico tra poveri e ricchi, il disfacimento dello stato sociale, la privatizzazione e la conseguente applicazione delle norme del mercato a tutte le sfere della nostra vita, e così via." - (Ingo Schulze, Süddeutsche Zeitung,27 gennaio 2012).
Dopo cinquantasei anni di inconcludenti schermaglie possiamo trarre le prime conclusioni, che non sono lusinghiere.
Gli egoismi nazionali fanno sempre e comunque premio su tutto. In altri termini il progetto europeo sta fallendo perché nessuno riesce a guardare più in la del proprio orticello.
L’Europa si sta rivelando incapace di competere con le altre grandi aree economiche mondiali, e cioè Russia, America ed Asia, perciò i suoi membri più forti, in particolare uno, stanno ripiegando sullo sfruttamento della loro temporanea posizione di forza all’interno dell’Eurozona.
E’ un gioco miope, che fallirà come quelli tentati in passato e che, come in passato, non porterà da nessuna parte.
Di "sviluppo armonioso", di "espansione continua" e di "miglioramento del tenore di vita" non si vede traccia, anzi, stiamo vivendo una crisi che si sta avvitando in una spirale depressiva dagli esiti incerti.
Con la fine della democrazia e del benessere gli odi antichi seppelliti per decenni sotto un fiume di melassa europeista stanno lentamente riaffiorando.
Diciamocelo chiaramente: l’Europa non ha un futuro per il semplice motivo che non ha nemmeno un presente e non ha mai avuto un passato.
Tutto ciò che abbiamo in mano è il mazzo di trattati con i quali le élite europee si sono messe d’accordo per spartirsi tutto.
E che i popoli europei si fottano!
Gut gemacht Pilote!

Pubblicato in Politica e Attualità
Venerdì, 04 Settembre 2020 11:53

CALARSI I PANTALONI - THE WORLD PANTS DOWN

Premessa: I dati seguenti non sono, né potrebbero essere, esatti al cent. Servono solo a dare un ordine di grandezza, per capire il fenomeno.
Che consiste in questo: in tutto il mondo si produce ogni anno ricchezza per circa 70.000 miliardi di Dollari.

La popolazione mondiale è di 7 miliardi di individui per cui si deduce facilmente che ogni abitante del pianeta produce in media per 10.000 Dollari. Il totale della moneta circolante in TUTTO il pianeta non supera i 5.000 miliardi di dollari. In media 715 dollari per abitante.
Evidentemente pochi per “produrre e pagare” i 70.000 mld di ricchezza prodotta.
La moneta mancante viene prodotta dalle banche. Ma...C'è un “ma” grande come il Colosseo: i 5.000 mld di moneta stampata dagli stati è garantita da 1.600 mld di riserve auree e dai possedimenti dei medesimi, quella “virtuale” emessa dalle banche è garantita dal nulla. E' solo carta straccia! Ma all'ingordigia delle banche questo non bastava.
Con strumenti finanziari - derivati - di cui parleremo in un prossimo articolo- hanno messo in piedi "un'economia di carta” che vale oltre 500.000 miliardi.
Economia ancora più fasulla della “carta straccia” emessa dalle banche. Prossimamente vi spiegheremo il meccanismo che tiene in piedi il castello di carta straccia. In questa sede vi basti sapere la cosa fondamentale: la paghiamo noi!
Con gli interessi che paghiamo come privati cittadini e con quelli che paghiamo sul debito pubblico degli stati. Che si traducono in tasse. Tutta questa ricchezza è oggi nelle mani di cinque soggetti.(*) Gente che di concreto in questo mondo non ha prodotto assolutamente nulla...neanche un kg di cipolle nel proprio orticello. Ma sono in grado di condizionare il mondo con la loro “economia di carta” mettendo in discussione e a rischio la vita nostra e quella delle future generazioni.
Alla generazione che dovrà pagare il conto di quanto succede oggi, è stata rifilata la disgustosa moda di andare in giro con le braghe calate e porzioni di culo in bella vista.
Visto che saranno poi loro quelli che, se continua così, se lo prenderanno proprio in quel posto... c’è un tocco di crudele ironia nell’ammaestrarli a calarsi fin d’ora le braghe.

Da soli e spontaneamente.

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Mercoledì, 07 Ottobre 2020 12:44

EURO, LA MONATA UNICA

Nella parlata veneta il vocabolo mona è generalmente utilizzato per indicare l'organo sessuale femminile della specie umana, ma oltre a questo pur rispettabile utilizzo ne conosce altri non meno interessanti e degni di attenzione. Chi dice a qualcuno "sei un mona" intende affermare che il proprio interlocutore ha una scarsa consapevolezza e/o comprensione della realtà che lo circonda. In altre parole che è uno stupido. La predetta espressione è sovrapponibile al romagnolo "sei un patacca", al lombardo "sei un pirla", al toscano "sei un bischero" ed al sudtirolese "du bist ein Dummkopf". L'espressione derivata hai fatto una monata significa hai commesso un errore, una sciocchezza, un'idiozia. Ecco, il senso del titolo di questo articolo è esattamente questo: creare una moneta unica ed imporla ad un'area economicamente disomogenea come l'Unione (non ridete! ) Europea è stato un errore, una sciocchezza, un'idiozia... insomma una monata! Con l'imposizione della monata unica, pardon, della moneta unica, i paesi dell'Eurozona si sono preclusi la possibilità di compensare gli squilibri dei loro conti con l'estero svaluando o rivalutando la propria moneta, a seconda del fatto che siano importatori netti o esportatori netti. Sul costo delle principali materie prime, in particolare petrolio e gas, i paesi dell'Eurozona non hanno alcuna possibilità di influire perché sono in massima parte importate dall'esterno. L'unica opzione disponibile è attuare una politica di deflazione interna, cioè ridurre il costo del lavoro per recuperare competitività. Ridurre il costo del lavoro significa da un punto di vista macroeconomico ridurre la domanda interna, quindi mettere in crisi le aziende, soprattutto quelle piccole e medie, che debbono ridurre l'attività, licenziare e nei casi più gravi chiudere bottega. Si innesca cioè un ciclo recessivo: le aziende riducono l'attività o chiudono, il PIL cala, la disoccupazione cresce, il potere di acquisto delle famiglie cala, la domanda interna cala, le aziende riducono ulteriormente l'attività o chiudono e così via. I dati salienti relativi dal 2012 parlano chiaro: transazioni immobiliari -50%, immatricolazioni auto nuove -40%, turismo interno -30%, consumi delle famiglie -24%. Tempo fa, in concomitanza con le futili dichiarazioni rese 'in inglese' - così almeno crede lui - da "Sua Sobrietà" al World Economic Forum di Davos, le agenzie diffusero la buona novella che il PIL italiano del 2013 sarebbe stato di almeno un punto percentuale inferiore a quello già bassissimo del 2012. Tutto quello che hanno da dire i loschi figuri è che il rimedio è l'austerity, che occorre 'più Europa', che l'€uro è irreversibile, e meno male che ce l'abbiamo, sennò chissà mai cosa ci accadrebbe. Che curare una recessione con misure deflattive come l'austerity "lo chiede l'Europa" e soci a venire sia grossomodo come spegnere un incendio con un secchio di benzina, a questo punto sono in molti ad averlo capito. Senza che ci sia bisogno di scomodare il buon John M. Keynes, che lo ha scritto 84 anni fa, nel 1936. Lorsignori no? Dato che presi uno ad uno non sono più coglioni della media nazionale, c'è da pensare che il bi e il ba lo conoscano benissimo, dopotutto lo sa qualsiasi 'fagiolo' di Economia. Ma allora la logica che sta dietro alle loro scelte politiche è un'altra. Sta a vedere che è collegata agli interessi di chi da questa politica criminale ci guadagna, e ci guadagna miliardi...

Facciamo così, ci penso un pochino sopra e ne riparliamo alla prossima puntata.

By Sergio Der Kampfuhn

 

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