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Giovedì, 05 Dicembre 2013 19:00

OLTRE LA VITA

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OLTRE LA VITA

Con questo racconto diamo il benvenuto ad Andrea, un giovane e bravo scrittore conosciuto assolutamente per caso ma che ci ha impressionato favorevolmente fin dalla prima lettura. Prossimamente si iscriverà e ci farà leggere anche altri racconti. Nell'attesa eccovi il primo. Benvenuto a bordo Andrea!

I miei occhi sono chiusi. Attorno a me il nulla assoluto, il vuoto totale. Assenza di ogni rumore, circondato da un silenzio per niente terrificante, anzi. E’ piuttosto riposante. Non avverto né paure, né preoccupazioni, ma solo un grande senso di pace interiore. La totale assenza di stimoli non mi spaventa ed è un sollievo. Mi conforta e mi allontana dal peso della vita. Non riesco ad immaginarmi in un mondo diverso se non in questa specie di limbo da cui sono circondato. La condizione per rimanere qui è tenere gli occhi chiusi e non ho intenzione di riaprirli. Quello che c’è fuori, mi spaventa. Qui sono al sicuro, protetto dal silenzio e dal buio delle mie palpebre sbarrate, distante da ogni forma di vita. Solo io ed il silenzio, finalmente il silenzio. “Ehi.. ehi ci sei?” Cos’è questa voce che disturba la mia quiete? Chi sta interrompendo il flusso dei miei pensieri e della mia tranquillità? Il suono proviene da una donna, ma chi può essere? "Ehi.. ci sei?”  Ancora quel suono. E’ un timbro molto soave e rassicurante: una voce in grado di abbracciarti e farti sentire subito meglio. Non riesco a comprendere da dove provenga la fonte di questa voce. Vorrei poterla vedere, ma per farlo sarei costretto ad aprire gli occhi. Dovrei rinunciare alla tranquillità, al silenzio e ritornare al caos per un vezzo. Un mio semplice capriccio della curiosità nel voler vedere a chi appartiene questa voce che ha fatto breccia nella mia solitudine. Non posso ignorarla, è più forte di me. Come si può snobbare il canto di una sirena? Non puoi, se non ne sei in grado ed io non lo sono. Nella mitologia la sirena si trasformava in mostro ed ammazzava i poveri pescatori che osavano avvicinarsi con le loro imbarcazioni; in tutto questo mi domando: vale la pena rischiare? “Ehi..ci sei?”
Ancora, mi sta chiamando ancora!! Non posso fare a meno di desiderarla e non mi importa del rischio. La mitologia non esiste ed in questo spazio vuoto, ora mi sento stretto. Voglio sentire le sue labbra vicino alle mie mentre mi parlano e per farlo dovrò aprire i miei occhi. Si, ho deciso: li apro!!!
Vengo investito da una luce accecante, un bagliore folgorante. Tutto questo tempo al buio ha fatto si che i miei occhi si adattassero alla totale assenza di illuminazione e adesso ne pago le conseguenze. Lentamente la luce si dirada e riesco a scorgere qualcosa. Intravedo le mie mani, appoggiate su un tavolo di legno dalla superficie levigata e piuttosto scivolosa, al mio fianco una pinta da mezzo litro servita su un boccale gremito di schiuma. “Sono 6.00 $”
Alzo lo sguardo e scorgo il volto di una donna, una cameriera. Ha nella sua mano un biglietto di carta, deve essere lo scontrino, e me lo ha appena appoggiato sul tavolo. Resto spaesato; perché mi trovo qui? Non ricordo di esserci entrato e nemmeno di essersi seduto su questo tavolo ed aver ordinato una birra. La osservo mentre lei è girata in attesa che le paghi la birra. I suoi capelli sono rossicci, dalle diverse sfumature soprattutto se visti in controluce, e volutamente scompigliati. Il trucco piuttosto pesante, ma sembra che sia dovuto ad un motivo preciso. Il contorno degli occhi è ripassato più volte con una matita nera e ci sono delle linee di colore rosso che scendono lungo gli zigomi, come se fossero delle scie di sangue.  Le labbra contornate da un rossetto molto appariscente, di un rosso rubino molto acceso. Il vestito stesso è in più punti strappato e ricalca uno stile dark e vampiri stico, che difficilmente passa inosservato e tipicamente giovanile. Nonostante il trucco nasconda le fattezze del suo viso, non riesco a smettere di osservarla. E’ come se in questo momento mi ritrovassi di nuovo in quel limbo in cui stavo vagando prima, ma questa volta immerso nel nero dei suoi occhi. Non c’è nulla di più bello che perdersi negli occhi di qualcuno, quando senti che tutto il resto non ha alcun senso.
“ I soldi..?”  Vengo giustamente rimproverato che le sto facendo perdere tempo prezioso, ma la sua freddezza è per me un brusco risveglio. Mi ritrovo di nuovo nel mondo reale, quello che avevo lasciato da parte per chiudermi nel silenzio del mio personalissimo limbo. Nei miei occhi sbarrati, a non far trapelare nulla. Una solitudine rasserenante che adesso non c’è più.“Si, mi scusi..” rispondo intimorito, con un tono di voce pacato e che denota insicurezza, porgendole i soldi che mi ha chiesto. Nel momento stesso in cui la pago, le nostre mani si sfiorano ed avverto come una scossa. Un punto di contatto fra il mondo reale ed il mio limbo. Nel toccargliela ho avvertito di nuovo la sensazione di pace e quiete vissuta prima, la stessa che ho avvertito sentendo il suono della sua voce…
“Ehi come va ragazzi? Noi siamo i Destroyer e questo è il nostro sano ROCK N’ROOOOOOOOL”
Il momento magico viene interrotto dalla voce di un ragazzo che ha iniziato ad urlare a squarciagola, incitato da una folla non poco distante dal mio tavolo. Si susseguono le schitarrate violente di due ragazzi al suo fianco sulla ventina, che suonano musica molto pesante e che rende la comunicazione difficile. Questo rumore ha squarciato il punto di contatto, perché il forte rumore mi ha costretto a dover riparare le orecchie con entrambe le mani, costringendomi a lasciare la sua. La vedo allontanarsi e vorrei impedirglielo, ma il rumore è assordante ed ha creato una barriera tra me e lei senza che possa fare nulla perché ciò non avvenisse. Quel breve sfioramento è stato l’apice d’estasi che potessi raggiungere e che è durato troppo poco perché potessi goderne appieno. La mia vita è sempre stata misera, priva di vere gioie e soprattutto priva di amore e conforto. La mia innata timidezza ha sempre bloccato ogni disinibizione ed ho sempre vissuto con la terribile sensazione che la mia vita stava scorrendo lentamente e senza sussulti, quando in realtà ha proseguito veloce la sua marcia che nemmeno ricordo più quanti anni ho. E’ assurdo non sapere più la propria età, ma quando la tua unica compagna di vita è la noia, diventa tutto banale, anche ricordarsi la propria data di nascita. Non ho mai festeggiato nemmeno un compleanno. Ricordo solo un nome nella mia vita, il mio: Paul.
Non so nemmeno perché sono qui, non rammento assolutamente nulla di ciò che mi è successo. Mi sono ritrovato in un limbo, ho sentito la voce di quella ragazza, ho riaperto gli occhi e mi sono ritrovato in questa baraonda di gente; in un locale gremito dove tutti vestono in nero, con anfibi, borchie od anelli appariscenti, jeans strappati e capelli lunghi oppure  corti ma sollevati in aria per formare delle lunghe creste. Il posto è al chiuso, pare una taverna per come è tutta costruita in legno.  Il palchetto che fa da sostegno per le band è posizionato in fondo al locale, in modo che tutti possano vederlo dai propri tavoli od in piedi, nel piccolo spazio lasciato libero per chi volesse partecipare attivamente come pubblico, come molti ragazzi stanno facendo. I minuti si susseguono e la band continua imperterrita con il suo spettacolo fragoroso, fatto di colpi sferragliati di grancassa e schitarrate piuttosto decise e sempre più distorte. Il pubblico gradisce e manifesta la propria approvazione con urla di incitamento o sollevando il boccale di birra, in segno di divertimento. I più concitati si spintonano con energiche spallate o muovono la testa a ritmo di musica, sospinti dal cantante che spesso chiede al proprio pubblico di lasciarsi andare a manifestazioni simili. Osservo divertito il loro modo di interpretare la musica, così barbarica ma molto coinvolgente, sebbene io sia una persona che non si è mai lasciata attrarre da simili manifestazioni . A dire il vero ancora mi chiedo perché io sia qui. Oramai ci ho fatto l’abitudine ad ascoltare questo suono così inusuale e quasi sta incominciando a coinvolgermi, ma ancora non mi capacito del perché mi ritrovi in questo posto. Rimango pensieroso, intento ad osservare ancora i  movimenti della gente che mi si affianca e che occupa i tavoli vicini: è impressionante come molti si somiglino vestiti nello stesso modo. La maglietta identificativa del gruppo preferito è il modo migliore per distinguerli, altrimenti il rischio di confonderli è un attimo. E’ come se si delineasse una sorta di piccola società, in un microcosmo a parte come questo locale. Qui emerge la personalità più eccentrica e probabilmente più autentica della loro personalità che non possono mostrare al di fuori di questo ambiente, nel freddo mondo reale. Ognuno di loro, fuori da queste mura, potrebbe occuparsi di qualsiasi mansione o lavoro: meccanici, operai, idraulici, ma anche giudici, avvocati o perché no perfino uomini di potere potrebbe essere coinvolti in quella marmaglia di persone che sbraitano sotto il palco. Classi sociali distinte, riunite in una notte per dare vita alla propria personalità più recondita. Qualcuno rimane seduto ai tavoli  e partecipa con meno fervore, ma nonostante ciò anche loro agitano le mani e muovono i piedi a seconda del ritmo e degli incitamenti del cantante, dimostrando quindi la loro passione ed il loro coinvolgimento per niente passivo. Altri invece tracannano birra in quantità ingenti e barcollano appoggiati alle travi di sostegno, faticando a reggersi in piedi.
Infine resto io: il più tranquillo che osserva tutto senza un vero motivo, come ho sempre fatto nell’arco della mia vita. Non appartenere ad una classe sociale distinta mi ha isolato dal resto del mondo e l’osservatore silenzioso è quello che più di tutti, paga le conseguenze delle sue scelte. Non è mai troppo tardi accorgersi degli errori commessi in passato e porvi rimedio, così dicono, ma per me invece lo è. Non ho più tempo oramai per pentirmene e lentamente sto iniziare a capire anche il perché. La band annuncia l’ultima canzone, dopo aver presentato ogni componente, tra le proteste vibranti del pubblico che vorrebbero ancora godere di questo momento di svago, ma sanno anche loro che non è più possibile.  Bisogna tornare alle proprie vite di tutti i giorni ed accettare che oltre a questo li aspetta il loro mondo: non necessariamente quello migliore. La gente si allontana dal palco e mostrandosi soddisfatta dall’espressioni di gioia impressa sui loro volti e dai commenti positivi, manifestati da chi sta uscendo per fumare una sigaretta.
Qualcuno ancora si sofferma ed ordina l’ultima birra della serata prima di congedarsi dopo un breve passaggio al bagno, per smaltire i liquidi in eccesso. Lentamente il formicaio di persone che invadeva il pub, si svuota sempre di più ed i pochi rimasti stanno oramai decidendosi a salutare anche loro. Si avvicina l’ora di chiusura.
Osservo ancora il mio bicchiere traboccante di birra: oramai ha smesso di formare le bollicine e la schiuma si sta lentamente diradando. Inizio ad osservare, senza un perché attraverso il vetro del boccale. Da questa stravagante prospettiva il posto si tinge di un giallo vispo e sgargiante; molto divertente da osservare. Dal riflesso del vetro riesco a scorgere la figura della cameriera, intenta a pulire gli altri tavoli e ritirare i bicchieri lasciati vuoti. Anche osservandola da questo punto di vista così diverso, rimane sempre bellissima. Rimarrei a guardarla per ore in questa posizione assurda ed è quello che in fondo sto già facendo. Ho la testa rivolta verso il bicchiere ed attraverso il vetro continuo a scorgerla e me la immagino sotto una vesta diversa. La vedo avvolta in un vestito lungo, di quelli che nascondono perfino le scarpe e la sogno volteggiare in mezzo ad una pista da ballo: il trucco leggero, i guanti di seta sulle mani, i risvolti del vestito lungo tutti i bordi ed infine un diadema di brillanti posto sul capo a sottolineare la sua eleganza e a far risplendere la sua bellezza.
Fra poco verrà qui a riprendersi anche la mia consumazione, o meglio non consumazione, e non saprò come reagire. Ho già le palpitazioni ed avverto un forte senso di paura immotivata. Di cosa dovrei preoccuparmi? Basta soltanto che lei ritiri il mio boccale di birra e nient’altro. Sarà tutto finito ancor prima che possa pensarlo ed invece sono spaventato. Continuo a pensare al contatto che c’è stato fra le nostri mani, la sensazione di pace che ho provato. La voglia di fuggire e di immergermi nei suoi occhi e non più soltanto nei miei. La vedo avvicinarsi sempre di più. Ogni passo, anche il più piccolo, accorcia la nostra distanza ed il mio cuore letteralmente impazzisce. Non sono abituato a questo turbinio di emozioni; è la prima volta per me. Che cosa devo fare? Ho una confusione in testa insolita, difficile da spiegare e da controllare. Fuori sto mantenendo il riserbo sul mio stato d’animo, ma quello che si sta scatenando dentro di me è illogico. Sto perdendo la tranquillità che mi ha sempre contraddistinto e sento la fronte imperlata di sudore. Le gocce stanno iniziando a scendere e non ho un fazzoletto per fermarle. Le sento formarsi e pronte a scendere lungo il mio viso; con la coda dell’occhio le posso notare e resto impotente, in attesa che svolgano il loro ingrato compito scorrendo sulla mia pelle. Mi passo una mano sul colletto della camicia perchè improvvisamente si è fatto stretto, mentre la vedo arrivare verso di me con passo deciso, pronta a raccogliere ciò che ho lasciato. Fingo di non osservarla, ma si accorge subito che non è così. La vedo guardarmi mentre pulisce il tavolo e si appresta a prendere il mio bicchiere di birra ancora pieno. Mi domanda: “Non lo bevi?”
“No.. grazie, non ho sete” Il mio imbarazzo è evidente, anche per come mi sono posto e per i miei modi un po’ goffi nel cercare di risultare normale, ma di questo lei non se ne avviene. Prende il boccale e lo va a riconsegnare verso il bancone, allontanandosi di fretta dal mio tavolo. Tiro un sospiro di sollievo: è finito tutto e se n’è andata... troppo presto.
Vorrei che tornasse qui, anche se appena la vedo rimango pietrificato dalla paura. Vorrei poterla chiamare ma la lingua è come paralizzata, come se fossi stato morso da una vipera ed il suo veleno circolasse nelle mie vene fino a bloccare ogni mio muscolo. Questa fottuta paralisi mi ha fatto perdere un’altra occasione e adesso non mi resta che abbandonare questo tavolo ed andarmene. Una mano: la sento appoggiare sulla mia spalla, appena dietro di me. E’ delicata, che emana calore e senso di conforto. Di nuovo quella sensazione di tranquillità e silenzio, esattamente come prima di riaprire gli occhi. Si è lei, non c’è altra spiegazione...“Mi scusi. Volevo chiedere se mi posso sedere un attimo”  Non so cosa dire, il mio cuore è fuori controllo. Io sono fuori controllo..“E’ possibile...?” Alla seconda richiesta, la invito a sedersi con un cenno  della mano, senza rivolgerle la parola. Lei si siede di fronte a me ed inizia ad osservarmi in maniera anche sfacciata, aumentando il mio imbarazzo. Le sue espressioni del viso appaiono buffe perché non nasconde la sua curiosità nell’osservarmi che prosegue insistentemente. Mi faccio coraggio e le chiedo: “C’è qualcosa che non va signorina... ?”
“Francine.. il mio nome è Francine.”  “Piacere Paul”  Le offro la mano, ma non la stringe. Imbarazzato, la ritraggo subito, mentre lei prosegue nella sua fase di studio. “Ehm.. signorina, volevo dire Francine..” Sentendosi chiamata  distoglie lo sguardo “Mi scusi, ma non ho fatto a meno di notarla prima.” “Per quale motivo?”  "Lavoro qui da tanti anni, ma non mi era mai capitato di incontrare un tipo come te. “  “Come me?”  “Si.. nel senso.. non saprei come spiegartelo. Diciamo che mi hai colpita”   I suoi gesti sono ripetuti e la difficoltà nel non riuscire a dirmi ciò che pensa non la nasconde. In fondo è anche lei come me: incapace di dire ciò che pensa, solo che si esprime con più ingenuità risultando molto spontanea.  Mi piace anche per questo “Beh grazie, anche se non so il motivo”
“Perché sei venuto in questo posto? A vederti sembreresti una persona pacata e tranquilla. Niente a che vedere con la gente che viene solitamente qui”  Sorrido divertito e rispondo: “Mi piacerebbe darle una risposta”  “Dammi del tu, ti prego...   “Si scusa.. dicevo che mi piacerebbe darti una risposta, ma la verità e che non ho la ben che minima idea del perché sia qui”  “Non ricordi nulla di ciò che ti è successo? ”  "E’ difficile da spiegare, ma è esattamente così. Stavo come dormendo, in una sorta di altro mondo in cui mi trovavo, quando ho sentito la tua voce e mi sono poi ritrovato catapultato in questo posto, senza spiegazione”  “E’ difficile anche crederla una storia simile”  “Lo so, ma è esattamente così che è andata. Stento a crederlo perfino io”  “Come hai detto che ti chiami, scusa?”  “Paul”   “Beh Paul non vorrei darti questa notizia, ma qui stiamo per chiudere”  “Oh non volevo arrecare disturbo.. adesso mi alzo e..”      “No, no, non preoccuparti. Hai ancora un po’ di tempo.. te l’ho solo detto perché visto che non ricordi nulla, almeno hai un posto dove andare?"  “Non saprei..” rispondo con un po’ di imbarazzo  “Non ricordi neanche questo?” “Vorrei poterti rispondere in positivo ma..”  All’improvviso mi blocco. Ho come un flash nella mente che si è materializzato senza preavviso.“Che ti succede?” mi chiede Francine, afferrandomi una mano e mostrandosi preoccupata del mio improvviso silenzio “Ricordo una macchina, forse  è la mia” “Una macchina? E dove?” Ancora non ho focalizzato l’obiettivo, ma so con certezza che c’è una macchina. Deve essere la mia.   Mi accorgo solo ora che ha afferrato la mia mano. La guardo per farglielo notare e lei subito la ritrae mostrando per la prima volta imbarazzo. Il rossore delle guancie non so se sia dipeso dal trucco che porta o per questo fatto, ma resta piacevole da vedere. E’ bella anche quando sembra più fragile  “Se hai bisogno di uno strappo, ti posso accompagnare. Magari, strada facendo, ti ricordi dove l’hai lasciata”  Rimango perplesso di fronte alla sua richiesta e non replico alcunché.
“Che c’è, hai perso la lingua?”  “No, no, no..  è che non mi aspettavo una simile richiesta”  “Non ti obbligo mica?” risponde stizzita.  “Non fraintendermi è che non mi conosci nemmeno. Per quello che ne puoi sapere, potrei essere un maniaco omicida” Francine non trattiene la risata, anche se vorrebbe. “Scusa se rido, ma basta guardarti per capire che non sei un serial killer” Ogni volta che mi concede un sorriso, il mio cuore palpita in preda a forti emozioni, in completa balia dei sentimenti.  “Se adesso aspetti, mi cambio e poi possiamo andare. Nel frattempo aspettami fuori , tempo una mezzoretta e sono pronta. Sei d’accordo?”  Intimidito ma contento le rispondo un semplice: “Si.”  Avrei voluto dirle molto di più.  La attendo fuori dall’ingresso del pub, con l’animo impaziente ed il cuore in tumulto. La osservo pulire il bancone, priva di quel trucco che la nascondeva e la rendeva simile ad un vampiro. Adesso è naturale e finalmente posso vedere la bellezza delle sue guancie, della sua pelle e delle sue labbra. Si accorge che la sto osservando e subito ritraggo la testa, girandola da un’altra parte. Controllo con la coda dell’occhio la sua reazione e vedo che sta sorridendo: mi innamoro di più ogni secondo che passa. L’orologio segna la mezzora e puntualmente si presenta fuori, vestita con una semplice maglietta di cotone nera ed un paio di jeans, tenuti chiusi da una cintura con una fibbia a forma di teschio. “Sono pronta, possiamo andare”  “Si, ti seguo”  “Non essere nervoso”  “Vorrei non esserlo, ma non ci riesco” . La mia reazione e la mia insicurezza la divertono e mi concede un altro sorriso. Ormai ne sono assuefatto e vorrei che non la finisse mai.  Raggiungiamo la macchina: una vecchia Ka ammaccata su uno dei parafanghi e macchiata sul cofano da qualche fastidiosa cagata di piccione  “Scusa per le condizioni della macchina, ma non ho tempo per pulirla"  “Non preoccuparti. Sei già molto gentile per quello che fai”  Le mie risposte le suscitano sempre uno sguardo strano. Come se non le capisse. Si limita a commentare dicendomi: “Proprio non capirò cosa ci facevi dentro nel mio pub”  salendo poi in macchina. Sto per raggiungerla, quando nella mia mente si apre uno squarcio: si è materializzato il ricordo del perché sono qui. E’ un ricordo spaventoso, che avrei preferito non rammentare. “Che ti succede Paul?” Francine è preoccupata, ma mai quanto lo sono io, ora che so la verità. E’ troppo sconvolgente, da procurarmi dolore. Poggio una mano sulla fronte e strizzo gli occhi: ho di fronte a me l’immagine di ciò che mi è successo. Gli occhi chiusi, il pub, l’incontro con Francine, la macchina: niente di tutto questo è casuale.
Ora lo so ed avrei preferito rimanerne all’oscuro. “Sto bene Francine” ...mento spudoratamente e lei lo ha capito.  “Ed ho una buona notizia. Ricordo dove ho lasciato la macchina”  “Ottimo. E’ lontano da qui?” “Non molto. Bisogna proseguire lungo la strada principale e poi dirigersi verso il bosco, una volta usciti dalla città”  Lo sguardo di Francine è perplesso. Ha capito subito che c’è qualcosa che non va in me. Ha sentito come mi sia raggelato e di come sia divenuto distaccato nel mio comportamento. Vorrei poter piangere, ma non posso. Devo mantenere la calma.  “Sei sicuro di stare bene  Paul? Ti vedo strano..”  “Sto bene Francine. Accompagnami alla macchina, ti prego”  Le sorrido, sperando che si convinca.  “Dai sali”  Si è convinta, anche se ciò non mi rende contento.  Percorriamo il tragitto senza parlarci, non ce n’è bisogno. Lei la strada  la conosce bene e non c’è stato bisogno di spiegarle nulla.  Il resto delle chiacchiere si è perso. L’atmosfera goliardica e di cordialità che c’era prima, è scomparsa. E’ calato un silenzio impenetrabile, scalfito solamente dal rumore delle ruote che scorrono sull’asfalto. Questo muro che si è eretto fra noi, è solo colpa mia. Ho così paura della verità che mi sono scordato il vero motivo del perché stia succedendo tutto questo. Mi è stata data una possibilità unica ed io la sto sprecando solo perché non ho davanti un futuro. Ho un presente ed è qui, davanti ai miei occhi. Affronta questo presente, vivilo:  non avrai altre occasioni, se non questa...
“Francine..”  “Si?”  “Prima ti ho mentito.. non sto affatto bene, perché devo dirti una cosa..”
Il mio respiro diventa difficoltoso e molto profondo, il sudore sta ritornando prepotentemente ad invadermi la fronte ed anche il cuore sta accelerando il suo battito, fino a quasi ad arrivarmi in gola.
Il suo viso traspare sicurezza, ma vedo nei suoi occhi paura per quello che sto per dirgli, ma non devo esitare..
“Riguarda il nostro primo contatto che c’è stato... quando io e te ci siamo sfiorati la mano. Non so come dirtelo, ma ho avvertito una sensazione particolare, che non avevo provato prima. Non saprei come spiegartela, ma è stato qualcosa di unico, come se.. come se...”  “Come se il mondo in quell’istante non esistesse. Come se tutti i rumori attorno a noi si fossero ammutoliti improvvisamente ed una sensazione di forte calore e di pace si sia impadronita di te, rendendo tutto ciò che ti circondava superfluo e banale, perché non c’è nulla che valga la pena di essere vissuto se non accanto a te..”
“Come.. come fai a sapere quello che io..”  “Perché sono le stesse identiche sensazioni che ho sentito anch’io. “
L’imbarazzo la coglie alla sprovvista, ma ciò la rende ancora più bella. Adesso che so ciò che anche lei ha provato, sono ancora più triste. Il mio presente sta finendo,  il futuro non mi appartiene.  In macchina è sceso nuovamente il silenzio e questa volta non lo interromperò. Lascerò che sia lui ad accompagnarci in questo ultimo tratto di strada.
“Rallenta Francine, siamo arrivati”
Obbedisce senza discussioni e con una sterzata si ferma sul ciglio della strada.
Guardo fuori dal finestrino con sguardo malinconico. Tocco il vetro e faccio scivolare le dita lungo tutto il finestrino
“La mia dimora..”  Mi slaccio la cintura e spalanco la portiera, dimenticandomela aperta  e dirigendomi verso l’ingresso del bosco.  “Dove vai?”  La voce di Francine appena la riesco ad udire, perché sono già lontano. I miei occhi stanno versando lacrime, perché vorrei tanto che lei venisse con me, ma non voglio che sappia. Non voglio che guardi e scopra così la verità. Sarebbe troppo difficile da spiegare, troppo difficile guardarla negli occhi.
Corro in mezzo agli arbusti, spostando i vari rami sporgenti con le mani ed attraversando fronde di foglie umidicce, con la sensazione che questo incubo non lo avrei mai voluto vivere. Che questo insegnamento, non lo avrei mai voluto comprendere. Sono arrivato alla macchina. La scorgo ancora da lontano, da una piccola sporgenza rocciosa. La vedo arrugginita, provata dal freddo patito di questo inverno, dalle piogge torrenziali primaverili e dal solo cocente di quest’estate che sta volgendo al termine. E’ abbandonata in quella posizione da così tanto tempo. Nemmeno ricordo come ho fatto ad entrare e riuscire a posizionarla proprio lì, giusto un anno fa.  “Pauuuuuuul”
E’ la voce di Francine.. come ha fatto a seguirmi? Non deve vedere, non può. Troppo tardi, è già qui e non posso evitare che ne venga a conoscenza.. “Paul, perché sei scomparso?” mi domanda con il fiatone  “Francine, tu non devi vedere..”
“Cosa non dovrei vedere?”  “Non voglio spiegartelo

OLTRE LA VITA

Con tono deciso,si avvicina e mi afferra entrambi le mani. Io cerco di non guardarla, ma lei mi appoggia una mano sul viso ed inizia ad accarezzarmi  “Paul, ho bisogno di dirti una cosa. Non so come sia possibile tutto ciò, ma sto provando un sentimento forte. La sensazione che abbiamo vissuto prima non può essere riconducibile ad un caso. Io sento che ti amo Paul e non riesco a capire il perché”  La vedo piangere e stringersi forte al mio petto. Io resto impassibile e non contraccambio, sebbene lo vorrei. Rimango insensibile ed ammutolito, ma non per molto. E’ giusto che sappia tutto, ora.
“Francine, ciò che dici non è vero” “Cosa stai dicendo Paul, non puoi pensare ad una cosa simile”
“Guarda nell’abitacolo della macchina e capirai” La esorto a scendere dalla piccola sporgenza rocciosa in cui siamo ubicati. Si avvicina lentamente, mentre io rimango fermo sulla mia posizione e senza guardarla. Non voglio vedere la sua reazione quando verrà a sapere.  “Aaaaaaaaaaargh”   Un semplice urlo di spavento. E’ già una reazione contenuta. Mi volto per vederla ed è ferma lì ad osservare l’abitacolo della macchina ed il suo contenuto:  un cadavere, il mio.  Non avrò un bell’aspetto: il corpo avrà un colorito violaceo e sarà rigonfiato, gli occhi rivoltati e la lingua ingrossata, segni provocati da un’asfissia volontaria. Avrà certamente notato il tubo della canna, che si usa solitamente per innaffiare, collegata a quello di scappamento e fatta scivolare lungo la piccola fessura del finestrino. Avrà oramai capito che le chiavi della macchina sono girate nel senso dell’accensione ed avrà fatto due più due: mi sono suicidato soffocandomi con il monossido di carbonio.
Un gas che penetra lentamente e che uccide dolcemente, con calma, facendo semplicemente dormire ma per sempre.
“Ora hai capito.. qui ho perso la vita suicidandomi un anno fa. Sono un fantasma Francine”  “Ma com’è possibile”
“Ho avuto una vita insulsa, priva di amore e di affetto. Non ho mai saputo cosa fossero queste sensazioni, almeno prima di conoscerti un anno fa”  Lei rimane costernata ma prosegue ad ascoltarmi “Avevo già deciso di farla finita in questi boschi, ma prima di morire mi sono recato nel tuo pub per bere e farmi coraggio. Lì ti ho vista: eri bellissima. Avvolta nel tuo vestito da cameriera ed in quel trucco da vampira. Ho avvertito subito qualcosa, ma non ho avuto il coraggio di dichiararmi. Prima di morire, il mio ultimo pensiero sei stata tu ed ho sognato di avere una seconda occasione. Non so spiegarti come sia successo e del perché proprio a me,  ma mi è stata  concessa l’opportunità di conoscere cosa sarebbe accaduto se quella sera noi due ci fossimo conosciuti e io mi fossi dichiarato. Mi è stata concessa solo l’opportunità di capire cosa ho perso, gettando via l’amore e così la mia vita . Grazie a te, ora so cosa significa amare e cosa ho sprecato. Ho capito il vero significato della vita e di questo te ne sarò infinitamente grato". La vedo piangere e mi commuovo anch’io. Entrambi lasciamo sfogare le nostri sensazioni e quello che abbiamo perso. Questa volta sono io ad afferrare le sue mani ed appoggiarle al mio cuore, dicendole “Spero che tu possa essere felice, come lo sono stato io questa sera, per la prima volta”
Le asciugo le lacrime guardandola negli occhi e lei, colta da un impeto di amore, mi afferra i capelli e ci baciamo. Nell’istante in cui le nostre labbra si toccano, la mia figura si dissolve nella notte. Dal cielo, in cui sono finito, la vedo rimanere sola nel bosco e la vedo sorridere. Allungo una mano dal cielo e mi sembra ancora di poterla sentire vicino a me.
La morte non può fermare l’amore. Può solo allontanare due persone.

Scritto da Andrea Scodeggio - https://www.facebook.com/andrea.scodeggio.5

  • birra e fantasmi
  • ghosts and bier
  • birra cascinazza
  • letteratura

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