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Venerdì, 02 Maggio 2014 20:00

OLINDO GUERRINI - Un poeta dalle mille facce

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OLINDO GUERRINI - Un poeta dalle mille facce
 

Olindo Guerrini nacque a Forlì nel 1845 fu un poeta e scrittore italiano, nonché bibliofilo e studioso di letteratura italiana. Scrisse sotto numerosi pseudonimi e i più famosi furono «Lorenzo Stecchetti», «Argia Sbolenfi», «Marco Balossardi». Ne usò occasionalmente altri come «Giovanni Dareni», «Pulinera», «Bepi» e «Mercutio» ecc.
Sua caratteristica peculiare fu quella di adattare lo pseudonimo al genere di letteratura/poesia che andava ada affrontare. «Stecchetti» aveva uno stile macabro-decadente, «Argia Sbolenfi» si mostrava come una  zitella dai desideri erotici “spinti” per l'epoca e tramite lei il Guerrini si ribellava denunciando violentemente l'ipocrisia e il conformismo morale, religioso e sociale del tempo. Guerrini amò profondamente la sua Romagna che girava in lungo e in largo con la sua bicicletta. La sua terra gli ispirò anche numerose poesie che scrisse in dialetto romagnolo.

ODE AD UN OROLOGIO GUASTO

di Argia Sbolenfi

 

Poi che il pendolo tuo giù penzoloni
Non ha più moto ed impotente stà
E gl'inutili pesi ha testimoni
Della perduta sua vitalità,

Vecchio strumento, m'affatico invano
A ridestar l'antica tua virtù;
Inutilmente con l'industre mano
Tento la molla che non tira più.

Questa tua chiave, che ficcai si spesso
Nel suo pertugio, inoperosa è già;
Rotto è il coperchio e libero l'ingresso
Ad ogni più riposta cavità.

Deh, come baldanzoso un dì solevi
L'ora dolce del gaudio a me segnar
E petulante l'ago tuo movevi
Non mai spossato dal costante andar!

Quante volte su lui lo sguardo fiso
Or tengo e penso al bel tempo che fu.
Se almen segnasse mezzodì preciso.....
Ma sei e mezza!... e non si move più!

OLINDO GUERRINI - Un poeta dalle mille facce

L'inno dell'odio

di Lorenzo Stecchetti -

Quando tu dormirai dimenticata  
sotto la terra grassa
e la croce di Dio sarà piantata  
ritta sulla tua cassa;
quando ti coleran marcie le gote  
entro i denti malfermi
e nelle occhiaie tue fetenti e vuote  
brulicheranno i vermi,
per te quel sonno che per altri è pace  
sarà strazio novello
e un rimorso verrà freddo, tenace,  
a morderti il cervello.
Un rimorso acutissimo ed atroce  
verrà nella tua fossa
a dispetto di Dio, della sua croce,  
a rosicchiarti l’ossa.
Io sarò quel rimorso. Io te cercando  
entro la notte cupa
la mia che fugge il dì, verrò latrando  
come latra una lupa;
io con quest’ugne scaverò la terra  
per te fatta letame
e il turpe legno schioderò che serra  
la tua carogna infame.
Oh, come nel tuo core ancor vermiglio  
sazierò l’odio antico!
Oh, con che gioia affonderò l’artiglio  
nel tuo ventre impudico!
Sul tuo putrido ventre accoccolato  
io poserò in eterno,
spettro della vendetta e del peccato,  
spavento dell’inferno:
OLINDO GUERRINI - Un poeta dalle mille facce

 

Ed all’orecchio tuo che fu sì bello  
sussurrerò implacato
detti che bruceranno il tuo cervello  
come un ferro infuocato.
Quando tu mi dirai: perché mi mordi  
e di velen m’imbevi?
io ti risponderò: non ti ricordi  
che bei capelli avevi?
Non ti ricordi dei capelli biondi  
che ti coprian le spalle
e degli occhi nerissimi, profondi,  
pieni di fiamme gialle?
E delle audacie del tuo busto e della  
opulenza dell’anca?
Non ti ricordi più com’eri bella,  
provocatrice e bianca?

 

Ma non sei dunque tu che nudo il petto  
agli occhi altrui porgesti
e, spumante Licisca, entro al tuo letto  
passar la via facesti?
Ma non sei tu che agli ebbri ed ai soldati  
spalancasti le braccia,
che discendesti a baci innominati  
e a me ridesti in faccia?
Ed io t’amavo, ed io ti son caduto  
pregando innanzi e, vedi,
quando tu mi guardavi, avrei voluto  
morir sotto ai tuoi piedi.
Perché negare – a me che pur t’amavo –  
uno sguardo gentile,
quando per te mi sarei fatto schiavo,  
mi sarei fatto vile?

 

Perché m’hai detto no quando carponi  
misericordia chiesi
e sulla strada intanto i tuoi lenoni  
aspettavan gli inglesi?
Hai riso? Senti! Dal sepolcro cavo  
questa tua rea carogna,
nuda la carne tua che tanto amavo  
l’inchiodo sulla gogna,
e son la gogna i versi ov’io ti danno  
al vituperio eterno,
a pene che rimpianger ti faranno  
le pene dell’inferno.
Qui rimorir ti faccio, oh maledetta,  
piano a colpi di spillo,
e la vergogna tua, la mia vendetta  
tra gli occhi ti sigillo.

 

RUMAGNA di Olindo Guerrini

ROMAGNAdi Olindo Guerrini
E dai! Tott quent i l'ha cun la Rumagna,
ch'e' pè ch'la sia la cheva d'i assassen
A gli è toti scalogni d'birichen
che l'invigìa smardosa la si magna.
Invezi us po' zirè par la campagna
ch'ubbaia gnanc un can da cuntaden;
nissò pensa a rubè, tott is vò ben,
i lavorà, i fadiga e i si guadagna.
El mel l'è ch'i va vi di tant in tant,
e un s'in sa piò notizia, tant'è vera
che e' Segreteri um ha cuntè che intant
el Sendich nov d'la Tera e d'Castruchera
l'ha fatt pruposta d'buté zo e'campsant.
Che intignimod is mor tott in galera.
E dagli! Tutti ce l'hanno con la Romagna,
che pare essere la cava degli assassini.
Sono tutte menzogne di mascalzoni
che un'invidia ripugnante se li mangia.
La verità è che si può girare per la campagna
che non abbaia neanche un cane da contadino;
nessuno pensa a rubare, tutti si vogliono bene,
lavorano, faticano e se li guadagnano.
Il male è che di tanto in tanto vanno via
e non se ne ha più notizia, tanto è vero
che il segretario mi ha raccontato che frattanto
il sindaco nuovo di Terra del Sole e di Castrocaro
ha avanzato proposta di demolire il cimitero.
Visto che tanto muoiono tutti in galera.

E' RUMAGNOL di Olindo Guerrini

IL ROMAGNOLO di Olindo Guerrini

E' Signor, fat e' mond, e va un pô in zir
e cun San Pir e' passa do parôl;
E intant ch'j int una presa, u i fa San Pir:
"La Rumagna t'l'è fata e e' romagnôl ?
u i vô d'la zenta sora a sti cantir,
t'a n'vré zà fé la mama senza e'fiôl?"
"Me a t'e' farò, ma l'ha dal brot manir,
e a j ho fed ch'u n'gni azuva gnianca ai scôl !"
E' dasé 'd chilz par tera cun un pé
E e' fasé salte fura ilè d'impet
E' vigliacaz de' rumagnòl spudé.
In mangh'd camisa, svidure int e'pét,
un capalcìn rudé coma un fator:
"A soi qua me, ciò, boia ad n' Signur !"
Il Signore, fatto il mondo, va un po' in giro
e con San Pietro scambia due parole.
E mentre sono in un terreno gli fa S.Pietro:  
"La Romagna, tu l'hai fatta, e il romagnolo ?
ci vuol gente sopra questi campi,
non vorrai mica fare la mamma senza il figlio ?"
"Io te lo farò, ma ha brutte maniere,
e credo che non gli giovino neppure le scuole!"
Dette un calcio per terra con un piede
e fece balzar fuori lì dirimpetto
un vigliaccaccio di romagnolo sputato.
In maniche di camicia, sbottonata sul petto,
un cappelluccio a ruota come un fattore:
"Sono qua io, olà, boia di un Signore!"

 

 

  • poeti italiani
  • fine ottocento
  • scapigliatura bolognese
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